Il clandestino, Anthony Shadid
Ai grandi avventurieri succede anche di morire per un attacco d’asma. Una banale allergia al pelo dei cavalli, una cosa di cui soffre il 10 per cento della popolazione americana, spesso senza saperlo, ha stroncato Anthony Shadid, gran cantore delle turbolenze mediorientali che era sopravvissuto a un colpo di fucile alla spalla per le strade di Ramallah.
15 AGO 20

Ai grandi avventurieri succede anche di morire per un attacco d’asma. Una banale allergia al pelo dei cavalli, una cosa di cui soffre il 10 per cento della popolazione americana, spesso senza saperlo, ha stroncato Anthony Shadid, gran cantore delle turbolenze mediorientali che era sopravvissuto a un colpo di fucile alla spalla per le strade di Ramallah, aveva attraversato l’Iraq in guerra, aveva visto l’Egitto in rivolta, era stato rapito dai lealisti in Libia e poi rilasciato assieme a tre colleghi, si era stabilito a Beirut, la terra dalla quale la sua famiglia era fuggita per cercare se non fortuna almeno stabilità dalle parti di Oklahoma City.
Da queste lande aveva inviato dispacci carichi di dettagli, narrati con la docile prudenza di chi sa che è più complicato raccontare che prendere posizione. Le foto lo ritraggono spesso con il suo taccuino nelle situazioni più improbabili alla ricerca della voce dell’uomo comune, dell’angolo che sempre sfugge alla narrazione mainstream. Nel giro di qualche settimana sarebbe dovuto partire per un tour promozionale del suo ultimo libro, “House of Stone”, epica drammatica del medio oriente intrecciata con le vicende della sua famiglia. Non ci sarà nessun tour promozionale, e l’uscita del libro è già stata anticipata alla fine di febbraio.
La Siria era il proibitissimo obiettivo del suo ardire di “divenir de lo mondo esperto”, la meta desiderata da ogni cronista che segue il medio oriente e allo stesso tempo il regno poliziesco chiuso e impenetrabile degli Assad. Assieme a Tyler Hicks, leggendario fotografo e collega del New York Times, in Siria ci era arrivato. Un manipolo di contrabbandieri turchi li aveva condotti oltre il confine procedendo senza dare nell’occhio attraverso i valichi di montagna; le guide procedevano a dorso di cavallo, i giornalisti a piedi o con mezzi di fortuna. Una sera, durante il viaggio d’andata, Shadid aveva avuto un attacco d’asma, subito sedato con i farmaci che aveva con sé e dimenticato dopo averci dormito sopra. I compagni hanno passato una settimana in Siria, ma sulla via del ritorno, quando ancora una volta hanno viaggiato circondati da contrabbandieri a cavallo, un altro attacco lo ha fatto collassare. Nel giro di pochi minuti è morto. Il massaggio cardiaco di Hicks non è servito a nulla. Il fotografo ha informato il Times e ha riportato il corpo senza vita in territorio turco. Chi lo conosce dice che la sua più grande qualità era quella di vedere cose che gli altri non vedevano e chi lo ha letto sa che era capace di far tradurre le sue osservazioni senza cadere nei tranelli dalla retorica bolsa molto in voga fra le caricature dei reporter di guerra.
I due premi Pulitzer per i reportage dall’Iraq, i libri, gli infiniti articoli apparsi su Boston Globe, Washington Post, New York Times, i lanci d’agenzia dal Cairo e i racconti pubblici delle avventure mediorientali danno l’impressione che Shadid sia stato in giro per decenni a raccontare il mondo, mentre i suoi quarantatré anni testimoniano una vita breve e folgorante spenta in un attacco d’asma.
Da queste lande aveva inviato dispacci carichi di dettagli, narrati con la docile prudenza di chi sa che è più complicato raccontare che prendere posizione. Le foto lo ritraggono spesso con il suo taccuino nelle situazioni più improbabili alla ricerca della voce dell’uomo comune, dell’angolo che sempre sfugge alla narrazione mainstream. Nel giro di qualche settimana sarebbe dovuto partire per un tour promozionale del suo ultimo libro, “House of Stone”, epica drammatica del medio oriente intrecciata con le vicende della sua famiglia. Non ci sarà nessun tour promozionale, e l’uscita del libro è già stata anticipata alla fine di febbraio.
La Siria era il proibitissimo obiettivo del suo ardire di “divenir de lo mondo esperto”, la meta desiderata da ogni cronista che segue il medio oriente e allo stesso tempo il regno poliziesco chiuso e impenetrabile degli Assad. Assieme a Tyler Hicks, leggendario fotografo e collega del New York Times, in Siria ci era arrivato. Un manipolo di contrabbandieri turchi li aveva condotti oltre il confine procedendo senza dare nell’occhio attraverso i valichi di montagna; le guide procedevano a dorso di cavallo, i giornalisti a piedi o con mezzi di fortuna. Una sera, durante il viaggio d’andata, Shadid aveva avuto un attacco d’asma, subito sedato con i farmaci che aveva con sé e dimenticato dopo averci dormito sopra. I compagni hanno passato una settimana in Siria, ma sulla via del ritorno, quando ancora una volta hanno viaggiato circondati da contrabbandieri a cavallo, un altro attacco lo ha fatto collassare. Nel giro di pochi minuti è morto. Il massaggio cardiaco di Hicks non è servito a nulla. Il fotografo ha informato il Times e ha riportato il corpo senza vita in territorio turco. Chi lo conosce dice che la sua più grande qualità era quella di vedere cose che gli altri non vedevano e chi lo ha letto sa che era capace di far tradurre le sue osservazioni senza cadere nei tranelli dalla retorica bolsa molto in voga fra le caricature dei reporter di guerra.
I due premi Pulitzer per i reportage dall’Iraq, i libri, gli infiniti articoli apparsi su Boston Globe, Washington Post, New York Times, i lanci d’agenzia dal Cairo e i racconti pubblici delle avventure mediorientali danno l’impressione che Shadid sia stato in giro per decenni a raccontare il mondo, mentre i suoi quarantatré anni testimoniano una vita breve e folgorante spenta in un attacco d’asma.